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    Borg


    SUA MAESTA’ BJÖRN I
    Senza ombra di dubbio si può affermare che il Jet-Tennis, se ebbe un Re, questo fu senz’altro Björn Borg, o lo fu sicuramente nel “periodo d’oro” del Jet-Tennis, termine che venne coniato al tempo per indicare il nuovo mezzo di trasporto utilizzato per i frenetici spostamenti dei campioni del tennis da un torneo all’altro ai quattro angoli del mondo, dato che fino all’era Open (al 1968 quando terminò la discriminazione tra dilettanti e professionisti con l’apertura dei tornei a questi ultimi) gli spostamenti erano molto più limitati per ovvie ragioni: prima fra tutte la mancanza di montepremi in denaro.
    Björn Borg si apprestava in quel luglio 1980 a conquistare, dopo una partita che è rimasta negli annali del tennis, il suo quinto Wimbledon consecutivo, quando accadde un fatto curioso: dopo aver eseguito una prima di servizio, il cuore della sua Donnay “Borg Pro” si frantumò, lasciando l’ovale della racchetta separato dal resto del telaio; Björn la osservò senza scomporsi, raccolse i pezzi e andò a prelevarne un’altra dal fascio di racchette adagiato di fianco alla sua sedia, conscio del fatto che l’elevata tensione delle corde in budello “VS Babolat” imposta alle sue racchette (oltre 30 kg.) potesse benissimo essere la causa dell’improvviso cedimento. Björn, in quell’estate londinese che segnò il culmine della sua carriera, si era portato per i “Champion Ship” una cinquantina di racchette; aveva, proprio da quell’anno, iniziato a giocare con un nuovo modello di racchetta (che probabilmente, tranne l’estetica, era sempre lo stesso), lasciando la famosa “Björn Borg Allwood”, utilizzata per diverse stagioni, per la più moderna ed aggressiva “Borg Pro”. Completamente nera, satinata e con un effetto geometrico-cromatico unico, il tutto completato da un’impugnatura di morbido cuoio color tabacco molto lunga, la nuova racchetta della Donnay fece parte dell’ultima generazione di attrezzi in legno con piatto corde standard. Il campione svedese, che precedentemente utilizzava per le sue trasferte americane il modello “Borg” della Bancroft (identico al “Professional”), giocava con attrezzi che avevano ben poco in comune con quelli proposti in commercio: il peso superava i 400 grammi e la racchetta, oltre ad essere più massiccia, era rinforzata per sostenere il notevole tiraggio delle corde. Nonostante ciò, si ritiene che il biondo vichingo fosse in grado di “sentire” una differenza di tre grammi di peso fra un telaio e l’altro. Le sue racchette, inoltre, differivano per la copertura in cuoio ancora più lunga, che arrivava a metà fusto, appositamente per la la sua presa bimane di rovescio. Il gioco di Borg, basato su una potente regolarità da fondo campo fatta di accelerazioni in top spin, era generato da una “macchina umana” perfetta, scolpita in muscoli d’acciaio e sorretta da una lucida forza interiore non di questo mondo. “Impressionante!” era il giudizio dei suoi avversari dopo averci giocato contro. “Per batterlo bisognerebbe chiamarlo a rete e rompergli la racchetta in testa!” fu l’affermazione ironica del suo amico Gerulaitis, dopo averci perso una ventina di volte su venti. “Scusa per quel gioco che ti ho fatto!” disse Corrado Barazzutti stringendogli la mano a fine match in semifinale a Roland Garros ‘78, dopo aver rimediato un secco 6-0 6-1 6-0, nonostante Corrado fosse provvisto di polmoni e gambe da cavallo, ma tant’è… Le sue vittorie, i suoi cinque Wimbledon consecutivi e i sei Roland Garros, sono a conoscenza di tutti, appassionati e non.
    Alla domanda, che lascia il tempo che trova, se sia stato il più forte di tutti i tempi (compreso quello odierno), risponderò raccontando di uno sfinito e sudatissimo ventunenne cecoslovacco che di lì a pochi anni sarebbe diventato il numero uno mondiale, vero “robocop” del tennis: Ivan Lendl; ebbene nella finale degli Open di Francia ‘81, l’ultimo slam che vinse, Borg maltrattò talmente Ivan prendendolo a bordate di dritti e rovesci incrociati, giocati con velocità, compostezza e leggerezza di gambe, tanto da far sembrare il tennista cecoslovacco uno straccio sbattuto alla finestra.
    Björn, che divenne numero uno per la prima volta il 23 agosto 1977, sentì il bisogno di rallentare la sua attività tennistica, per concentrarsi maggiormente sugli slams, in special modo su Flushing Meadow, il grande torneo che mancava al suo palmares, ma una stupida regola della Federazione Internazionale, concepita dal suo Presidente Philippe Chatrier, che imponeva ai tennisti di vertice l’obbligo di disputare oltre ai quattro slams un minimo di venti tornei, penalizzandoli in caso contrario con la disputa delle qualificazioni (vera e propria mortificazione), esasperò talmente il giovane vichingo che decise che il torneo di Montecarlo del 1982 sarebbe stato il palcoscenico della sua ultima interpretazione; poi, a 26 anni, avrebbe avuto una nuova vita dietro l’angolo che lo aspettava. Björn probabilmente ripensò allo stesso torneo di un anno prima, quando nei quarti di finale fu battuto da un giovane leone dalla pelle color caffelatte che presto sarebbe diventato ili nuovo campione di Francia: Yannick Noah.
    Tutto era iniziato da quell’inopinata sconfitta e, leggendo il nome dell’avversario che gli era stato sorteggiato al primo turno, lo svedese forse realizzò che quella sua ultima avventura sarebbe presto finita, ma tant’è, sentendosi saturo di quel mondo stressante, frenetico e, sotto certi punti ingrato, pensò che forse era meglio così: José Luis Clerc, come primo ostacolo, sarebbe stato sulla terra micidiale per chiunque, figuriamoci ad un ex re senza più mordente.
    L’argentino Clerc, antagonista di Vilas, era una specie di rullo compressore a fondo campo che, solo dieci mesi prima, aveva vinto cinque tornei consecutivi sulla terra verde americana; ma la grande stella dello svedese non si era ancora esaurita: per un perverso scherzo del destino, José Luis entrò, da quella partita, in una crisi che non lo avrebbe più abbandonato e che segnò inesorabilmente il suo declino.Molti, compreso io, sperammo e volemmo credere che Borg fosse tornato invincibile come lo era stato, che il suo gioco non si fosse appannato, d’altronde lo aveva affermato anche il suo mentore e padre putativo Lennart Bergelin asserendo, in un’intervista precedente l’evento di Montecarlo, che Björn sarebbe tornato agli antichi fasti e che, anzi, per fare ciò si sarebbe avvalso dell’utilizzo di una nuova racchetta della Donnay: la “Mid 15”, un mid-size in legno e composite dal piatto corde ingrandito del 15%.
    Fu solo un’illusione: le accelerazioni ed i colpi potenti del giovane Henri Leconte, talento emergente di quegli anni, misero fine a tutto al secondo turno: lo odiai per questo! Björn gli strinse la mano, alzò gli occhi verso il suo pubblico che lo applaudiva per l’ultima volta e, con il cuore stretto dall’emozione, venne immortalato in uno scatto che raccontava tutta la tristezza del suo sguardo: in quell’attimo, la sua vita da campione, il suo tennis, erano il passato.



    Borg

     
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